0233 – Ghiacciaio della Brenva, Alpi Occidentali, Massiccio del Monte Bianco, Italia. La struttura complessiva del ghiacciaio ripreso dal Monte de la Saxe nei primi Anni Novanta del XX Secolo. Dal maestoso bacino superiore, sovrastato da una selva di quattromila (Aiguille Blanche de Peuterey, Grand Pilier d’Angle, Monte Bianco di Courmayer, Mont Maudit) e dalle loro vertiginose pareti ghiacciate alte più di 1 km, la colata scende ripida verso la Val Veny, ricevendo numerosi contributi laterali (in termini di trasferimento di massa ma anche di valanghe di neve e ghiaccio), supera il gradino roccioso delle Pierre à Moulin (2200-2400 m circa, al centro della foto) con una vistosa seraccata e si espande alla sua base per oltre 2 km con la caratteristica lingua valliva contenuta nelle altissime morene storiche laterali. In questa fotografia il ghiacciaio appare ancora in salute anche se ha iniziato a ritirarsi (da soli 2 anni) e risulta evidente l’affievolimento della colata coperta di detriti, evento questo già in atto da un lustro. Nel 1985 si era interrotto il collegamento con il bacino di accumulo nel settore destro della seraccata della Pierre à Moulin, privando la lingua di un apporto determinante: l’immagine evidenza un settore della superficie di maggior spessore proprio alla base del salto roccioso, dimostrando quanto rilevante fosse il contributo dei crolli di seracchi al bilancio di massa della porzione inferiore del ghiacciaio. Quest’ultimo, con tale perdita parziale, tende a trasformarsi in un ghiacciaio rigenerato, con l’alimentazione per trasferimento di massa nel residuo settore sinistro di entità però troppo modesta per mantenere un equilibrio. Con la cessazione, nel 2004, anche di questo collegamento con i campi superiori, l’intera, chilometrica lingua terminale della Brenva diverrà una colossale massa di ghiaccio morto. Le frane del novembre 1920 (vedi didascalia della foto 0231), le avevano conferito la veste di debris covered glacier, aspetto morfo-dinamico che garantisce lunga sopravvivenza al ghiaccio coperto a condizione che lo strato di detriti superficiali sia di almeno 70-100 cm di spessore (vedi il Ghiacciaio del Miage). Va detto che la colata giungeva più o meno nello stesso punto del massimo sviluppo (1818 e 1988) anche quando era “bianca” (cioè ante-1920), anzi “bianchissima e scintillante”, come tale celebrata e ritratta dagli autori tardo settecenteschi, quali il De Saussure. Quindi, oltre ai citati fatti connessi alle frane, l’inusitata espansione della lingua del Ghiacciaio della Brenva si deve probabilmente anche ad altri motivi: 1 – nel XVIII e XIX Secolo la Pierre à Moulin era completamente coperta dal ghiaccio, in tal modo esprimendo appieno la lingua terminale le potenzialità espansive del bacino di accumulo potentemente rifornito di nevi di origine diretta e indiretta; 2 – molti autori hanno considerato importante anche il ruolo protettivo svolto dal Mont Chetif (2343 m), il ripido panettone roccioso che, sul versante opposto, garantisce un efficace cono d’ombra alla parte inferiore della colata, per molte ore al giorno soprattutto in estate. Infine, un record alpino assoluto per questo ghiacciaio: assieme al francese Ghiacciaio dei Bossons (e, a distanza, al Ghiacciaio Superiore di Grindewald), il nostro costituiva la più elevata cascata glaciale delle Alpi, con oltre 3300 m di dislivello percorsi (dai 4709 m del Monte Bianco di Courmayeur ai 1390 m della fronte).
Agosto 1993, Simona Marchi.

